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Corbellerie farlocche

Questo è l’estratto dell’articolo.

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Un cantuccio digitale dove raccogliere e condividere ciò che mi passa per la testa.

Adso riflette.

“”È vero,” dissi ammirato. Sono ad allora avevo pensato che ogni libro parlasse delle cose, umane o divine, che stanno fuori dai libri. Ora mi avvedevo che non di rado i libri parlano di libri, ovvero è come si parlassero fra loro. Alla luce di questa riflessione, la biblioteca mi parve ancora più inquietante. Era dunque il luogo di un lungo e secolare sussurro, di un dialogo impercettibile tra pergamena e pergamena, una cosa viva, un ricettacolo di potenze non dominabili da una mente umana, tesoro di segreti emanati da tante menti, e sopravvissuti alla morte di coloro che li avevano prodotti, o se ne erano fatti tramite.”

U. Eco, Il Nome Della Rosa.

Max Stirner: questo sconosciuto.

 Capita spesso che libri di autori importanti con il passare del tempo non vengano più ristampati e che si perda traccia anche delle copie usate di questi testi. Se la reperibilità di questi libri è un problema, figuriamoci quella dei testi di autori minori, testi che vanno e vengono a una velocità ancora maggiore. L’altro giorno, cercando invano una copia del noto testo di Cassirer, La filosofia dell’illuminismo, mi sono trovato di fronte un testo poco noto e dimenticato, in particolare dalla cultura accademica: L’unico e la sua proprietà di Max Stirner. Non credevo che qualcuno si fosse preso la briga di tradurre questo scritto e soprattutto non riuscivo a trovare una motivazione al fatto che il testo non fosse relegato in un angolo buio della libreria, come succede solitamente ad autori convenzionalmente ritenuti minori, bensì fosse posto in bella mostra nel reparto di filosofia.Chi è Max Stirner?

Cenni biografici: Max Stirner, nom de plume derivato da un soprannome che gli era stato dato dai compagni di scuola a motivo della sua alta fronte, all’anagrafe Johann Caspar Schmidt, nasce a Bayreuth nel 1806, un anno prima della pubblicazione della Fenomenologia dello spirito di Hegel. Di quest’ultimo, di Schleiermacher e di Michelet segue i corsi a Berlino. Dal 1839 insegna in una scuola privata di Berlino per fanciulle di buona famiglia. Dal 1842 si fa vedere nel gruppo dei Liberi, che raccoglieva i più noti radicali di sinistra, e comincia a collaborare a giornali e riviste, fra cui la Rheinische Zeitung, di cui Marx diventerà redattore. Dopo la pubblicazione dell’Unico, si dedica a tradurre Adam Smith e J.-B. Say, esegue lavori di compilazione, finisce due volte in prigione per debiti e infine muore, oscuramente, nel 1856.

Perché viene ricordato? Stirner viene solitamente associato a  due note figure intellettuali, il primo è il già citato Marx e il secondo è Nietzsche.

Procediamo per ordine:

* Marx e il suo collaboratore Engels ne l’ideologia tedesca, testo rimasto inedito per tutto il diciannovesimo secolo, svolgeranno in chiave di commento, per oltre duecento pagine, una poderosa pars destruens de l’Unico stirneriano in cui scorgeranno, a torto o a ragione, la quintessenza del pensiero borghese.¹

* Complesso è il rapporto che lega Nietzsche a Stirner. In assenza di fonti chiare e certe sull’argomento non mi sento di dire che il primo abbia avuto modo di leggere l’Unico, tuttavia non si può fare a meno di notare forti analogie tra i due pensatori e di ipotizzarne la conoscenza da parte di Nietzsche.

“Il divino è la causa di Dio, l’umano la causa “dell’uomo”. La mia causa non è né il divino né l’umano, non è ciò che è vero, buono, giusto, libero, ecc., bensì solo ciò che è mio, e non è una causa generale, ma – unica, così come io stesso sono unico. Non c’è nulla che m’importi più di me stesso!”.²

Leggendo questo passo tratto dall’introduzione dell’Unico si potrebbe pensare a un passo di Nietzsche. Stirner, prima di Nietzsche, teorizza la morte dell’uomo come conseguenza alla morte di Dio. Entrambi si schierarono contro la tradizione che si richiama per definire l’uomo all’idea rinascimentale di Pico della Mirandola, che vede l’uomo come vincolo e imeneo di tutte le cose, mediatore tra marcocosmo e microcosmo. Fruttuoso potrebbe essere un confronto tra il pensiero dei due autori, utile a coglierne continuità e discontinuità. Non essendo questo l’argomento di questo articolo mi limito a citare una simbolica lettera scritta da Eduard von Hartmann riguardo al rapporto tra i due autori, in cui quest’ultimo accusò Nietzsche di aver plagiato Stirner su un punto essenziale. La “nuova morale” proposta da Nietzsche, tanto ammirata, scrisse Von Hartmann in un articolo che fece molto scalpore, non apporta in fin dei conti “assolutamente nulla di nuovo, è stata presentata sin dal 1845 da Max Stirner in modo magistrale e con una nitidezza ed un franchezza che non lasciano nulla a desiderare.”

Oltre all’associazione a questi autori va notata quella con la filosofia anarco-individualista, la quale pone al centro della sua dottrina politica l’individuo. Primo e più importante teorizzatore è ritenuto lo stesso Stirner, il quale prova tuttavia a chiamarsi fuori dall’anarchismo, definendosi solo egoista cosciente. Tuttavia, nelle sue tendenze antisociali, nelle quali si può individuare la teorizzazione della distruzione della società e la proclama contro le ideologie che muovendo al di sopra dell’uomo lo rendono schiavo è difficile non leggere chiare affinità con i precetti anarchici, intesi nella maniera più ampia.

Stirner, figura avvolta nell’ombra, con le sue idee influenzò colui che si ritiene uno dei padri fondatori dell’anarchismo moderno Michail Bakunin, il quale situò il suo pensiero a metà strada tra quello di Proudhon e quello del nostro. Stirner non fu mai particolarmente fortunato a livello di circolazione del suo testo. Tra le vicende legate alla sua pubblicazione va ricordato che l’Unico venne sequestrato dalla censura il 28 ottobre dl 1845, ma dissequestrato appena 6 giorni dopo poiché ritenuto dalle autorità così “incomprensibile” e “assurdo” da essere poco pericoloso. «Stirner ha costruito la vera “filosofia del martello”» nota Roberto Calasso, curatore della versione italiana dell’Unico, «che Nietzsche non sarebbe mai riuscito a praticare, perché troppo irrimediabilmente educato, [elaborazione] che si compie nelle brevi, tempestanti, offensive frasi che compongono l’Unico», dando così corpo a quello che viene definito «il libro più scandaloso della filosofia moderna».²

Si può conclusivamente notare che la lettura di Stirner non è certo una passeggiata, come nota Leonardo Amoroso, traduttore italiano dell’Unico. Non è un caso che i sopracitati Marx ed Engels ne L’Ideologia tedesca prendano in gran parte le mosse da una critica linguistica tesa a demisitificare e svelare gli artifici linguistici dell’Unico. Questi artifici probabilmente assumono un valore di dissoluzione dall’interno di quello che Stirner chiama linguaggio cristiano, idioma da superare come proposto nel trattato. Una dissoluzione che è al tempo stesso un consumo di tutto ciò che gli uomini creano (e quindi di Dio quanto delle loro creazioni linguistiche). Ciò dota quest’opera di una attrattiva non indifferente e a mio avviso degna di una lettura.

¹ Karl Marx, Friederich Engels, Ideologia tedesca, 2011.

² Max Stirner, L’unico e la sua proprietà.1999.

Foto: Max Stirner disegnato da Engels

De Sade: un tradimento colossale?

 “Fai credere a te stesso e agli altri d’averne persa la voglia, e ti lusinghi col vanitoso pensiero che avresti potuto continuare a lavorare colla stessa intensità se solo ne avessi avuto voglia. Ma questo è un tradimento colossale”
Søren Kierkegaard, Aut-Aut, Pg. 51.

Il primo e forse più noto libro del filosofo danese Soren Kierkegaard s’inititola significativamente Aut-Aut. Questo testo, una raccolta di scritti pseudonimi, presenta l’alternativa di due stadi fondamentali della vita: la vita estetica e la vita morale. Il titolo stesso dell’opera suggerisce come questi due stadi non siano due gradi di uno sviluppo unico che passi dall’uno all’altro per giungere a una conciliazione. No, tutt’altro. Ognuno di essi forma una vita a sé, che si presenta all’uomo come alternativa che esclude l’altra. Per quel che ci riguarda basterà delineare lo stadio estetico, a cui si andrà ad associare la figura dello scrittore libertino De Sade, oggetto delle riflessioni di questo articolo.
Prima di sviluppare l’oggetto dell’articolo, par utile, in particolare per i meno avvezzi alla filosofia, spendere due parole sul filosofo danese. Gli elementi cardine della filosofia kierkegaardiana, che non può essere, nonostante le apparenze, ridotta a una forma di pro e contro l’idealismo romantico, ruota intorno alla difesa della singolarità dell’uomo contro l’universalità dello spirito; del primato dell’esistenza sulla ragione; delle alternative inconciliabili contro la sintesi conciliatrice della dialettica e, infine,della libertà come possibilità contro la libertà come necessità. Quest’ultimo punto in particolare è oggetto principale del sopracitato Aut-Aut da cui trae spunto la seguente disamina sulla vita estetica.
Tra le caratteristiche principali del don Giovanni, celebre figura ed emblema della scelta di vita di stampo estetico, ve ne sono tre che meritano di essere notate e che potranno, forse, tornarci utili:
1- il don Giovanni vive nell’attimo, fuggevolissimo e irripetibile. Vive un’esistenza poetica, alimentandosi di immaginazione e di riflessione.
2- La vita estetica da lui scelta esclude dunque la ripetizione, la quale implica monotonia e toglie l’interessante alle vicende più promettenti.
3- vive una vita all’insegna della disperazione, che lo sappia o meno. La disperazione è l’ultimo sbocco di questa concezione di vita.
Dopo questo sguardo parziale e schematico alla concezione kierkegaardiana, è bene spendere qualche rigo sul marchese Donatien-Alphonse-François de Sade, uno scrittore, filosofo, poeta, drammaturgo, saggista, aristocratico, criminale e politico rivoluzionario francese. Figura controversa, attiva negli anni della Rivoluzione Francese, emblema del libertinaggio più sfrenato (basti notare che al suo nome si deve il termine sadico), fu autore di numerose opere tra le quali si ricordano Justine o le disavventure della virtù, Juliette e Le 120 giornate di Sodoma. Vari sono stati gli adattamenti delle opere del marchese. Per quanto riguarda il grande schermo si ricordi Salò o le 120 giornate di Sodoma, libero adattamento del romanzo più noto del Sade da parte del famoso regista e intellettuale italiano Pier Paolo Pasolini. Focalizzando l’attenzione su quello che è l’obiettivo dell’articolo par utile notare la struttura dell’ultimo romanzo citato. Le 120 giornate di Sodoma, incompleta enciclopedia delle perversioni, è un romanzo strutturato in 4 parti, di cui la prima sola pervenuta a noi nella sua forma completa.
Ricopiato da appunti precedenti nel 1785 nel celebre carcere parigino della Bastiglia, dove il Marchese si trovava dall’anno precedente, il manoscritto era composto da una sola lunga pagina formata da fogli incollati insieme per permettere di arrotolarlo in modo da essere meglio nascosto.
Quando il 4 luglio 1789, dieci giorni prima dello scoppio della Rivoluzione Francese, il Marchese fu trasferito dalla Bastiglia, incaricò la moglie di andare a pretendere la restituzione degli oggetti lasciati nella propria cella. Ma come egli stesso racconta, la moglie se ne ricordò proprio la mattina del 14 luglio, quando la Bastiglia venne assaltata: perderà così il prezioso manoscritto delle 120 giornate.
Il manoscritto verrà poi recuperato e dato alle stampe, dopo varie peripezie, nel 1904.
L’idea del romanzo era quella di guidare il lettore in un percorso alla scoperta di tutte le perversioni dei libertini dell’epoca, procedendo gradualmente dalla libidine spinta alle punte di sadismo più estremo.
“Amico lettore, è giunto il momento di predisporre il tuo core e il tuo spirito al racconto più impuro che mai sia stato narrato dall’inizio dei tempi, non esistendo un’opera simile a questa nè tra gli antichi nè tra i moderni. Immagina che ogni godimento onesto o prescritto da quella bestia di cui parli continuamente senza conoscerla e che chiami natura, che tali godimenti , ripeto, siano volontariamente esclusi da questo racconto, e se ne troverai, questo accadrà unicamente perché saranno accompagnati da qualche delitto o da qualche infamia.”¹

così scrive De Sade nell’introduzione e, effettivamente così avviene nel racconto. Un elemento d’interesse nella narrazione consiste nell’alternarsi di gesta perverse attuate dai quattro direttori della “scuola di libertinaggio”, fantomatica ambientazione del racconto, e le narrazioni delle quattro novellatrici, ruffiane proprio per la vasta competenza ed esperienza nel settore della perversione.
Nonostante i problemi storico/biografici che subentrarono durante la redazione del manoscritto vi è coerenza con le altre opere del divin marchese, appellativo di Sade all’epoca, e si può notare, anche solo appellandosi alla parte pervenutaci completa, come I personaggi e la narrazione dell’opera si accordino perfettamente con la concezione kierkegaardiana della vita estetica. Passando oltre alle banali constatazioni che si potrebbero fare analizzando la psicologia dei personaggi, che molto probabilmente somigliavano in una certa misura ai modelli che ispirarono le idee del filosofo danese, mi pare curioso notare come l’andamento della narrazione segua anche esso una struttura affine a quella dello stadio estetico. De Sade inizialmente cerca di impressionare lo spettatore con una minuziosa descrizione delle perversioni, descrizione che si fa progressivamente più morbosamente dettagliata quanto, se m’è concesso, altalenante.
Nonostante come scrive lo stesso Sade “l’appetito vien mangiando” e “a forza di fare atrocità, se ne desiderano di nuove” nel caso dei “nostri insaziabili libertini”², quello che mi vien da pensare, continuando sulla linea proposta dal proverbio, è che l’appetito narrativo si presenti a Sade con soluzioni di continuità.
Certe parti, probabilmente scritte in vista di altre, sembrano in parte trascurate, scritte con noia. Con il procedere della narrazione, cercando di far leva su elementi sempre più scabrosi, un po’ per la struttura della narrazione e un po’ per il soggetto, Sade propone una lista della spesa degli orrori che, disperdendo l’energia accumulata dalla forte spinta diegetica iniziale, traduce alla perfezione l’incostanza dell’esteta sul piano narrativo. Con una scrittura altalenante, discontinua, il divin marchese illustra alla perfezione il “tradimento colossale” di cui parla il Kierkegaard nella citazione introduttiva all’articolo, producendosi in tentativi di stupire il pubblico e percorrendo la via della disperazione lastricata dalla poetica libertina. Una poetica che difficilmente perde attualità e che, a differenza di altri movimenti, è in grado di sopravvivere e perpetrarsi in maniera sotterranea, manifestandosi in alcuni periodi in maniera sporadica, senza mai sparire totalmente, nell’attesa di tempi a lei più consoni. Certamente un esempio estremo quello del Sade, nelle cui fantasie, l’individuo può per certi tratti ritrovarsi, e questo probabilmente il lato migliore dell’opera . L’autore illustra chiaramente quel lato “perverso”, termine letteralmente consumato dalle sfumature con e viene utilizzato e qui figura nel senso più generale possibile, con cui ognuno di noi si trova a fare i conti, chi più e chi meno. Un lato con cui bisogna convivere individuando quell’aristotelico giusto mezzo, poco caro a Sade ma imprescindibile fonte di equilibrio per l’individuo.
¹D.A.F. De Sade, Le centoventi giornate di Sodoma, Feltrinelli,2014,pg. 59.
²D.A.F. De Sade, Le centoventi giornate di Sodoma, Feltrinelli,2014, pg. 276.